U' CONTRA
commedia in tre atti di Nino Martoglio REGIA DI ANGELO TOSTO
Produzione 2010
“U Contra” antidoto alla moderna società
È nata prima la Civita o Catania? Somiglia un po’ a quell’antico, buffo e insolubile indovinello che riguarda l’uovo e la gallina. In realtà, per primo nacque quel piccolo insediamento marinaro che pian piano diventò un villaggio che, dopo del tempo, diede origine a una città. Passarono anni. A Betlemme successe quello che sappiamo e intanto la città che era venuta fuori da quel piccolo abitato, diventò grande e riconobbe al piccolo villaggio, che frattanto era diventato un quartiere della magnifica Catania, il ruolo di madre. Così, il villaggio-quartiere si chiamò “Civitas”, a sottolineare che tutto era nato da li. “La Civita” continuò a vivere di luce propria fino ai primi del novecento e, nonostante attorno a se si fosse sviluppata la grande metropoli, si ostinò a conservare il suo carattere di borgo marinaro genuino e sanguigno. Quasi avesse avuto il compito di custodire il carattere e le peculiarità del catanese vero e proprio. Forse per questo Nino Martoglio si rivolgeva puntualmente a questo quartiere ogni volta che sentiva il bisogno di descrivere una Catania vera, antica, buffa e singolare. Questo è proprio il caso de: “’U contra”, commedia, scritta con la penna, ma colorata dal pennello del suo autore che riesce persino a stimolare il senso dell’olfatto, fino ad avere sentore di olezzi di urina e di salsedine, che si mischiano al colore delle porte, al profumo dei fagioli e al nauseante puzzo del pesce marcio misto al canto e alle urla delle lavandaie litigiose della Civita. Ma quanta umanità e sincerità in quel mondo semplice e a tratti primordiale! A partire dalla nobile e poetica figura di Don Procopio, buffo e poverissimo eroe del quotidiano, filosofo e benefattore di un’umanità indifesa e vulnerabile. Missionario in un micro universo costruito sull’ignoranza, cattiva consigliera e madre di presunzione e di violenza. La figura di questo piccolo e fragile omino, tanto simile a “Charlot”, si staglia maestosa lungo i muri di un quartiere in degrado, dove si aggirano anche ombre sinistre, come quella di Don Cocimo, bieco profittatore, disonesto affarista, pronto a cambiare pensiero e fede se occorre. In questa bella favola sull’onestà e sulla coerenza, il “buono” avrà il giusto riconoscimento e a noi tutti, finito il racconto, resterà il sorriso sulle labbra per la simpatia e la verità del protagonista. Ma sono certo che a qualcuno resterà anche una puntina di amaro in qualche parte del palato, pensando che di persone come Don Procopio, oggi, proprio quando ne avremmo un bisogno disperato, ne sono rimaste ben poche, mentre trionfa incontrastata la filosofia opportunista, qualunquista, impietosa, cinica e volgare dei tanti “Don Cocimo” che si moltiplicano e si avvicendano nella nostra triste, ma confortevole esistenza. Non dico che rivoglio indietro la puzza di piscio e di pesce marcio o le liti di Cicca e di Sara e i pianti di Tinuzza o la sporcizia, le malattie, la fatica e il dolore di un popolo ignorate e oppresso, ma, almeno, restituiteci qualche Don Procopio, anche usato, che ci possa ridare una luce sommessa di speranza.
Angelo Tosto
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'U TESTAMENTU DA NANNA
Commedia brillante in tre atti di Domenico Consoli.
Produzione 2009
Il sottotitolo di questa commedia potrebbe essere “i maneggi per maritare una figlia”;perché è proprio questo che deve fare il protagonista per ereditare i soldi della suocera, senza i quali non avrebbe modo di campare la famiglia.
Il cav. Mancuso si trova costretto a sposare la figlia entro un mese, perché cosi vuole il testamento della suocera, se no tutti i beni andranno ad un ospizio per animali abbandonati! Il problema è proprio la figlia, Manuela, ragazza un po’ ritardata che a trent’anni gioca ancora con le bambole… A nulla sono valsi gli annunci sul giornale o i giovanotti portati in casa, Manuela li fa scappare tutti! Ma quando arriva l’idraulico, scapolo e con poca voglia di lavorare, il Cav. Mancuso trova la sua preda, perché il giovane è praticamente disposto a tutto per amore… del denaro. Piccolo particolare l’idraulico è in realtà il fidanzato segreto della cameriera e questo, come potete immaginare, porta ad una serie di intrighi ed equivoci che danno vita a tutto lo spettacolo.
Domenico Consoli scrisse “U testamentu da nanna” negli anni ’80, ma in realtà questa è una commedia senza tempo, la storia potrebbe essere ambientata in qualunque periodo storico, senza un riferimento temporale; i veri tempi sono solo quelli teatrali dati dalle situazioni, dalle gags e dalle battute. E’ una storia semplice nata per far divertire in maniera garbata, senza alcuna volgarità, lasciando ai giochi di parole, agli equivoci, ai tempi comici dei protagonisti, il compito di portare lo spettatore alla fine della commedia con allegria e spensieratezza. Le compagnie che hanno portato in scena le varie edizioni dello spettacolo hanno sempre affrontato questo testo con divertimento ed anche per noi questo è stato il primo motore; il ruolo di Manuela è sempre stato un piccolo banco di prova per le protagoniste e Joselita Nicosia è riuscita perfettamente nell’intento di dare vita a questa ragazza “babba” che poi non lo è più di tanto… Attorno a lei tutti noi altri protagonisti della commedia abbiamo dato vita ai caratteri dei personaggi nel modo migliore e, scusate l’ immodestia, abbiamo confezionato uno spettacolo di cui siamo molto orgogliosi!!
Serena D'Antone
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'U RIFFANTI
Commedia in tre atti di Nino Martoglio.
Produzione 2009
In ‘U RIFFANTI Martoglio inserisce il fenomeno dell’usura e del lotto clandestino nella logica di una società che coniuga l’illecito col tartufiano e privilegia l’ambiguità celando le trasgressioni dietro la maschera della laboriosità, della mitezza o della povertà. L’azione mistificante tuttavia più che categoria negativa è gusto della rappresentazione, teatralità, espressione di una umanità scaltrita dalla miseria, protesa all’accaparramento della roba, che individua nell’accumulo della ricchezza, abilmente occultata, lo scudo protettivo, il risarcimento di un passato di stenti, il motore del contratto sociale nel quale i sentimenti hanno scarso posto. Con sorridente bonomia, Martoglio indugia sulle ipocrisie e malizie dei suoi personaggi, che per celare una duplicità levantina, già inquisita dal Capuana nelle forme di una più severa ricognizione del reale, circoscrivono la loro esistenza entro i confini di ingegnosi stratagemmi. Il benessere economico, insistentemente perseguito e talora cinicamente carpito, non li affranca però dall’abitudine alla miseria giacchè mantengono quel potenziale di tragica alienazione. È l’ascesa di una piccola borghesia truffaldina che, alienando fabbriche di sogni partoriti da un antico disagio storico ed economico, ha buon gioco sui miseri e gli sciocchi, una mafia paesana non cruenta, astuta e ridanciana, equilibrata e pragmatica, radiografata mediante il riso, “anestesia momentanea del cuore”.
Maria Rita Leotta
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